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Grafomane

Descrizione

La mia ricerca artistica quotidiana non ha materia e concetti stabiliti, ogni giorno anche la minima corrispondenza mi porta in mari, altri, nei quali neanche lontanamente mi sarei figurata di navigare. Pinot de Gallizio dice <<[La spontaneità] è un po’ come lasciarsi andare, o lasciarsi venire.>>, a me piace sempre aggiungere: <<(,o lasciarsi portare)>>. Trovo ingiusto circoscrivere il proprio fare materico poetico -, è il continuo divenire della nostra esistenza organica che ha diritto di essere vissuto e accettato (forse suonava meglio accettato davanti a vissuto, ma non credo si possa accettare qualcosa senza averlo prima vissuto). Ho frequentato l’Istituto statale d’Arte per il Mosaico Gino Severini a Ravenna. Non saprei spiegare il perché ho scelto questo ramo di studi. Forse quattordici anni sono pochi per scegliere cosa si voglia fare della propria vita, scegliere la propria Lingua  Madre e farci cablare da essa ogni pensiero, fino all’ultimo dei nostri giorni. Una delle prime cose, nel primo approccio con il mosaico, è studiare la grammatica attraverso la copia dall’antico. La grammatica, come nel linguaggio nostro, passa attraverso lo scrivere. Con pennino e inchiostro si tracciava linea per linea, di tessera per tessera, dell’intero cartone musivo che si voleva andare a copiare, per poi stamparlo su calce ed iniziare il lavoro di composizione musiva. Questo mio essere così legata all’inchiostro deriva da questa astrazione della parola che diviene tessera, sia essa quadrata triangolare o rotonda. Ma è un processo che vive in me da prima che ne avessi memoria, i miei genitori avevano una struttura balneare e ancor prima riuscissi ad intendere l’alfabetizzazione contemplavo il loro muovere penna e matita su carta praticando
magie di segni senza alcun significato per me, però tanto affascinanti. Nel tempo ho mantenuto la mia grafomania, prendendo appunti in classe riscrivendoli a casa, sottolineando libri riscrivendone le parti per me più belle, tenendo un diario praticando il mio proprio Nulla dies sine linea: per molti anni – tutt’ora rimane – ho dato un titolo a tutti i miei giorni, al di là del bene e del male. La mia grafia e quella degli Altri. La Calligrafia dei miei genitori rimane tutt’ora la più Bella che abbia mai visto in vita mia, forse perché è stata la prima, vista – dico la prima e non le prime perché non voglio fare nessuna separazione metafisica tra i due, nel mio sentire. Alle superiori quando parlavano della mia grafia la definivano bella, io non riuscivo ad avere un giudizio estetico sulla mia grafia, come tutt’ora non riesco ad averlo, come non riesco ad averlo per i miei altri lavori – siano essi sculture installazioni, varie ed eventuali. Molti si vergognano a scrivere davanti a me, mostrarmi quell’intimità, ma non ho mai provato nessuna ripugnanza per nessuno, anzi, la calligrafia degli Altri mi incuriosisce sempre e non voglio peccare di esagerata indulgenza se dico che per me   le grafie sono tutte belle; poiché lo penso seriamente. Rimane qualcosa di magico sempre, in quelle linee personalissime, che sento mai riuscirò a spiegarmi. Finito il triennio ho iniziato un corso serale di Cancelleresca – o detta anche Italica – poiché come Sylvia Plath mi sento una donna Rinascimentale. Con il corso di Cancelleresca ho strutturato lo scrivere, erano regole molto severe, una grammatica severa. Ora, per scherzare quando qualcuno s’incanta nel leggermi dico che non è la mia grafia ma che è matematica; seguo solo le regole. Tuttavia, nel  tempo, com’è stato per il mosaico, è diventata parte di me ed ora penso sia sì Italica, ma con una parte di me. Ho sempre letto moltissimi libri, perché con Marguerite Yourcenar e le sue Memorie di Adriano <<[…] penso  spesso  alla bella iscrizione che Plotina aveva fatto apporre sulla soglia della biblioteca istituita a sua cura in pieno Foro Traiano: Ospedale dell’Anima.>> Nelle mie convalescenze ho trovato la parola crenatura, affascinante parola dal gusto antico. Ho pensato all’interstizio tra una tessera e l’altra, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto tradurre libri come a mosaico si traducono quadri – ma senza crenatura. Senza crenatura è quell’incomunicabiltà propria dell’essere umano. Davanti all’Istituto d’arte Gino Severini avevano girato qualche scena de Il Deserto Rosso. Deserto Rosso, una tessera di quella Trilogia dell’Incomunicabilità, di Michelangelo Antonioni. Inizialmente cominciai a fare una serie di graforitratti, così chiamo i miei lavori dove scrivo a ripetizione il nome di una persona. Mi sembrava di arrivare alla radice concettuale di una persona, al di là della forma. Ne faccio ancora, ed ogni graforitratto è diverso dall’altro – come le persone.
Sono fortemente convinta che l’arte sia un Minotauro, fatto per metà di materia e metà di parole, dove se una non arriva l’altra la soccorre, e viceversa. Tuttavia, seguirò a praticare il Minotauro in questo testo più frequentemente. Trovai una battuta di James Joyce con un giornalista: << – Cosa fece durante la Grande Guerra, Signor Joyce? – Ho scritto l’Ulisse, e Lei?>> Questo è stato il motore che mi ha spinto a tradurre il mio Ulysses, senza crenatura – un Work in progress, ma del resto questo termine è stato ideato dallo stesso Joyce, e non posso che rispettarlo.
Ogni qual volta installo una delle mie traduzioni ritrovo la stessa grammatica compositiva che serve per la composizione di un mosaico; prima di tutto lo studio dello spazio, per la giusta installazione delle pagine, che non sono incorniciate sotto vetro, poiché non credo sia una corretta fruizione del lavoro – le pagine dei libri sono a portata del nostro tatto, e bisogna rispettare tanto la materia quanto il concetto. Lo spazio stesso, le pareti, diventano libro. Un libro nel libro.
Nel 2014 ho riscritto Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Quando visitai la casa studio della maestra mosaicista Ines Morigi Berti le chiesi perché traducesse a mosaico opere pittoriche di altri senza creare qualcosa di suo proprio. Mi rispose che nella vita si può avere una sola passione, perché bisogna dedicarsi a lei, totalmente. Per omaggiare la sua scomparsa ho riscritto Una stanza tutta per sé, eliminando la crenatura, l’incomunicabilità di questa perdita. Come spiega Virginia Woolf in queste insieme di lezioni tenute in un college femminile – dove il tema era la donna è il romanzo un autore deve avere una sensibilità sia femminile che maschile: deve essere androgino, e l’unica cosa che gli serve per poter affrontare una ricerca è un po’ di denaro è una stanza tutta per sé, dove poter lavorare in totale tranquillità. In queste immagini il lavoro è installato nelle mie stanze, dove pratico la mia ricerca, quotidianamente. Tuttavia, ogni qualvolta installo Una stanza tutta per sé in un luogo altro; cerco di rendere idealmente quello spazio stesso Una stanza tutta per sé.
Il tema della traduzione senza crenatura rimane, colori e materiale possono cambiare in base al concetto.

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